Lo scopo di una articolazione artificiale è quello di realizzare un sistema che pur garantendo un movimento ampio, consenta di sopportare i carichi, minimizzare l’usura e l’attrito, garantendo la necessaria stabilità ed evitando l’insorgere di reazioni dannose nell’organismo.

Nel progettare, realizzare ed impiantare una protesi d’anca, occorre tenere in considerazione le specifiche anatomiche, funzionali e di biocompatibilità di un tale dispositivo.

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Quindi una protesi d’anca deve:

a) consentire la libertà di movimento permesso dall’articolazione naturale tra femore e bacino;
b) resistere alla fatica meccanica derivante dall’applicazione ciclica del carico durante il passo. In genere si ritiene che l’articolazione dell’anca sia sottoposta a circa 10 milioni di cicli di carico in 10 anni da un soggetto che conduce una normale attività;
Protesi di anca: Acetabolo Artrosico – Clicca per ingrandire c) avere delle superfici articolari resistenti all’usura o comunque tali per cui l’usura non produca danni funzionali né induca risposte indesiderate dei tessuti ospiti;
d) essere fabbricata con materiali biocompatibili nel senso che non devono indurre alterazioni on reazioni indesiderate dei tessuti ospiti, o devono provocare una risposta biologica che favorisca la stabilità meccanica tra protesi e bacino;
e) garantire la stabilità meccanica delle interfacce sia subito dopo l’impianto (stabilità primaria) sia nel tempo (stabilità secondaria);
f) avere un corretto modulo elastico, cioè avere una elasticità simile a quella dell’osso ospite perché una elasticità inferiore tende a creare una microinstabilità, mentre una elasticità maggiore porta all’effetto opposto.

L’obiettivo è dunque tentare di ricostruire un’articolazione il più vicino possibile, dal punto di vista biofunzionale, all’acetabolo ed al femore anatomico; oggi si ha la possibilità di restituire una funzione articolare “parafisiologica” con una durata nel tempo molto prolungata ma non “eterna”.